Posted by myr | Posted in Bedroom | Posted on 13-01-2009
Chomsky, quale crede che possa essere una soluzione per il conflitto tra israeliani e palestinesi?
Be’, fuori dagli Stati Uniti tutti conoscono la risposta a questa domanda. Per anni quasi tutti al mondo sono stati d’accordo sui criteri di base per una soluzione in Medio Oriente, tutti tranne due nazioni, Stati Uniti e Israele. Dev’esserci un accordo che sancisca in qualche modo l’esistenza di due stati.
Ci sono due gruppi che rivendicano l’autodeterminazione nello stesso territorio, e si tratta di pretese contrastanti. Ci sono tanti modi per conciliarle, tramite una federazione, qualcosa del genere, ma data la situazione attuale del conflitto occorre farlo tramite un accordo che preveda l’esistenza di due stati.
Possiamo discutere le modalità, se dev’essere una confederazione, come gestire l’integrazione economica eccetera, ma il principio è abbastanza chiaro: deve esserci un accordo che riconosca il diritto di autodeterminazione dei palestinesi in un’entità come uno stato palestinese. E tutti sanno dove si troverebbe questo stato palestinese: in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, più o meno lungo i confini precedenti alla guerra dei Sei giorni del 1967. E tutti sanno chi è il rappresentante dei palestinesi: l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP).
Tutto ciò è risaputo da anni. Perchè non è successo? Be’, ovviamente Israele si è opposto.
Ma il principale motivo è l’opposizione degli Stati Uniti, che bloccano il processo di pace in Medio Oriente; da vent’anni siamo noi i capi del campo degli oppositori, non gli arabi o altri.
Gli Stati Uniti perseguono una politica che Kissinger definì dello “stallo”, parole sue del 1970. Allora c’era una specie di spaccatura all’interno del governo americano per decidere se dovevamo unirci all’ampio consenso internazionale riguardo a un accordo politico oppure bloccare questo accordo politico. E in questa lotta intestina prevalsero i duri, dei quali Kissinger era il principale portavoce. La politica che vinse fu questo cosiddetto “stallo”: mantenere lo status quo, mantenere il sistema di oppressione israeliana. E c’era un motivo valido, non era una cosa campata in aria: un Israele militarista, in guerra, è una pedina importante del nostro dominio nel mondo.
In realtà agli Stati Uniti non importa nulla di Israele: anche se va a scatafascio ai politici americani non interessa, non hanno obblighi morali o altro. Ma gli interessa molto il controllo delle enormi risorse petrolifere del Medio Oriente. Se vuoi governare il pianeta devi controllare il petrolio mediorientale, e verso la fine degli anni cinquanta gli Stati Uniti iniziarono a comprendere che Israele sarebbe stato molto utile sotto questo aspetto. Così per esempio, c’è un memorandum del Consiglio di sicurezza nazionale del 1958 che afferma che il principale nemico degli Stati Uniti in Medio Oriente (come altrove) è il nazionalismo, quello che loro chiamano “nazionalismo radicale arabo”, che significa indipendenza, paesi che non vogliono restare sottomessi al potere americano. E’ sempre quello il nemico: la gente che non capisce come mai le enormi ricchezze e risorse della sua regione debbano essere controllate dagli investitori americani e britannici mentre loro fanno la fame; questo non gli è mai entrato nella testa, e certe volte cercano di reagire. Ciò è inaccettabile per gli Stati Uniti, e una delle cose che hanno sempre tenuto presente è che un’arma utile contro questa specie di “nazionalismo radicale arabo” poteva essere uno stato di Israele altamente militarizzato, che sarebbe diventato una piattaforma affidabile per il potere americano nella regione.
Questa idea non fu mai messa realmente in atto fino al 1967, fino alla guerra dei Sei giorni, quando con l’aiuto degli Stati Uniti Israele sconfisse Nasser (il presidente egiziano), che era considerato il principale esponente del nazionalismo arabo in Medio Oriente, e virtualmente tutti gli altri eserciti arabi della regione. Israele ne trasse parecchi vantaggi, affermandosi come quello che viene definito una “risorsa strategica”, cioè una
militare che può essere usata come tramite per la potenza statunitense.
Infatti all’epoca Israele e l’Iran sotto lo scià (che erano alleati per quanto sottaciuti) iniziarono a essere considerati dagli strateghi americani come due lati del sistema triangolare americano di controllo del Medio Oriente. Il lato principale era l’Arabia Saudita, che aveva la maggior parte del petrolio, e poi venivano i due gendarmi, l’Iran prerivoluzionario e Israele, i “guardiani del Golfo”, come li chiamavano, che dovevano proteggere l’Arabia Saudita dalle forze nazionaliste della regione.
Naturalmente quando cadde lo scià con la rivoluzione iraniana del 1979 il ruolo di Israele divenne ancor più importante per gli Stati Uniti, dato che era l’ultimo “guardiano” rimasto.
Nel frattempo Israele aveva cominciato a rivestire funzioni ulteriori, fungendo da mercenario per gli Stati Uniti nel mondo. Negli anni sessanta iniziò a essere utilizzato come strumento per intervenire negli affari dell’Africa nera, usando i fondi della CIA, e nei due decenni successivi gli Stati Uniti lo sfruttarono sempre più spesso come braccio armato in altre parti del Terzo mondo: Israele forniva armi, addestramento, computer e ogni sorta di cose ai dittatori del Terzo mondo quando il governo statunitense non poteva intervenire direttamente.
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E’ un alleato molto utile, ed è un altro motivo per cui Israele gode di aiuti statunitensi tanto cospicui.
Notate però che questo sistema funziona soltanto fin quando Israele è in guerra. Mettiamo che si firmino veri accordi di pace in Medio Oriente e Israele venga integrato nella regione come paese più avanzato dal punto di vista tecnologico, una specie di Svizzera o Lussemburgo. Bene, a questo punto il suo valore per gli Stati Uniti sarebbe praticamente zero; abbiamo già un Lussemburgo, non ce ne serve un altro. Il valore di Israele per gli Stati Uniti dipende dal fatto che è minacciato di distruzione: ciò lo rende totalmente dipendente dagli Stati Uniti se vuole sopravvivere, quindi assai affidabile, perchè se gli facciamo mancare il terreno sotto i piedi in un conflitto serio sarà certamente distrutto.
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Voglio dire che è facile dimostrare che gli Stati Uniti hanno sabotato ogni passo avanti verso una soluzione politica in Medio Oriente; spesso ci è bastato porre il veto al Consiglio di sicurezza dell’ONU.
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Prendiamo Sadat (presidente egiziano): Sadat fece un’offerta di pace a Israele nel febbraio 1971, migliore dal punto di vista di Israele di quella del 1977 (che portò ai colloqui di pace di Camp David).
Era un trattato di pace in perfetta sintonia con la risoluzione 242 delle Nazioni Unite (che invocava un ritorno ai confini precedenti al giugno 1967 con garanzie di sicurezza, ma non faceva menzione dei diritti dei palestinesi). Stati Uniti e Israele la rifiutarono, perciò è finita nel dimenticatoio.
Nel gennaio 1976 Siria, Giordania ed Egitto proposero al Consiglio di sicurezza dell’ONU un accordo di pace che prevedeva l’esistenza di due stati sulla base della risoluzione 242, proposta e appoggiata dall’OLP.
Prospettava garanzie territoriali, tutto quanto, ma gli Stati Uniti posero il veto e finì nel dimenticatoio anche questa, non se ne fece niente. Ed è andata avanti così per anni, gli Stati Uniti non volevano nessuna offerta di pace, perciò non sono mai entrate nella storia, sono finite giù per il buco della memoria di Orwell.
Anzi, siamo arrivati al punto che i nostri giornali non accettano nemmeno lettere che parlino di queste proposte. Il livello di controllo è incredibile. Per esempio, qualche anno fa George Will scrisse un editoriale su Newsweek initolato “Verità e menzogne sul Medio Oriente” in cui descriveva le bugie dei pacifisti sulla situazione mediorientale. E in quell’articolo c’era solo una frase che faceva vagamente riferimento a qualche fatto: diceva che Sadat si era rifiutato di trattare con Israele fino al 1977. Così gli scrissi una lettera, del genere che uno potrebbe scrivere a Newsweek, giusto quattro righe, in cui dicevo: “Will ha fatto un’affermazione falsa; Sadat avanzò nel 1971 un’offerta di pace respinta da Israele e Stati Uniti”. Be’, un paio di giorni dopo mi arrivò una telefonata dalla responsabile della verifica dati per la rubrica delle lettere del settimanale, che disse: “La sua missiva ci ha interessato. Dove ha preso queste notizie?”. Le risposi: “Sono state pubblicate da Newsweek l’8 febbraio 1971″, ed è vero, perchè era una proposta importante, solo che da noi era finita giù nel buco della memoria perchè era dalla parte sbagliata della storia.
Lei controllò, quindi mi richiamò per confermare che avevo ragione, avevano trovato il riferimento e avrebbero pubblicato la mia lettera. Ma un’ora dopo richiamò per spiegare che erano spiacenti ma non potevano pubblicarla. Io chiesi qual era il problema, e lei: “Mah, il caporedattore ne ha parlato con Will che si è inalberato e hanno deciso di non farla passare”. Va bene.
Il fatto è che su Newsweek, sul New York Times, sul Washington Post e compagnia bella non puoi affermare cose del genere; è come credere in una divinità, le menzogne sono diventate verità immutabili.
[1] http://www.adnkronos.com/IGN/Esteri/?id=3.0.2856559438
[2] http://www.globalproject.info/art-15124.html
[3] http://it.wikipedia.org/wiki/Conflitto_Fatah-Hamas
[4] http://www.infopal.it/
[5] http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13966&size=


