E’il titolo di un libro veramente ma veramente bellissimo, di Khaled Hosseini. Non ha superato il mitico ‘La Storia’ di Elsa Morante (al primo posto nella mia classifica) ma finora è il libro che c’è andato + vicino, xciò ho voluto dedicarvi un post a parte.
E’ un romanzo scritto benissimo, in cui con poche parole l’autore riesce subito a far immaginare posti e situazioni. La trama è molto coinvolgente (e commovente anche se x fortuna finisce bene!!) ed è anche interessante in quanto descrive la vita reale in afghanistan, di cui non si viene a conoscenza nei telegiornali che si limitano a riportare la cronistoria di fazioni, morti, guerre e guerriglie.
Lì i talebani applicano le leggi della sharia(ne parlavo qualche post fa). Significa che:
- le donne non possono camminare per strada nè viaggiare se non accompagnate da un uomo.
Ci sono pattuglie di talebani continuamente in giro x le strade che appena beccano donne sole le picchiano e a volte le riaccompagnano a casa. Nel libro c’è una donna che x raggiungere la figlia, dato che il marito non vuole accompagnarla, esce da sola sopportando ripetute percosse dato che può capitare di incontrare + di una pattuglia lungo il tragitto e tutte riservano lo stesso trattamento.
- le donne non possono uscire di casa senza il burqa che copra anche mani e piedi.
Addirittura le infermiere e le dottoresse dell’ospedale femminile (l’unico in cui possano lavorare), devono OPERARE con il burqa addosso!
- gli ospedali sono solo maschili.
Le donne che necessitino di cure mediche devono raggiungere un unico ospedale lasciato aperto per loro (ovviamente stracolmo). Questo x Kabul, non so se in altre zone dell’Afghanistan esistano altri ospedali femminili). In tale ospedale il personale è tutto femminile, e consiste in un posto diroccato, sporco, a cui i talebani impediscono un rifornimento adeguato di acqua, strumenti, cibo, e soldi in generale. Inutile parlare delle norme igieniche. E le operazioni avvengono tutte senza anestesia.
- nelle famiglie le donne vengono sistematicamente picchiate da mariti che non hanno scelto, obbligate in casa ai lavoro domestici.
Tra l’altro col burqa chi vuoi che si accorga delle facce tumefatte.
- le donne non hanno diritto all’istruzione
- le donne condannate a morte per essere fuggite di casa o aver ucciso i mariti sono una percentuale altissima.
- per chi viola la legge le punizioni sono severissime. ad esempio a chi ruba viene tagliata la mano, ed esiste la pena di morte. Tutte le esecuzioni si svolgono in un’arena come esempio al popolo che assiste. Come accadeva nel colosseo.
“Non si possono contare le lune che brillano sui suoi tetti,
nè i mille spendidi soli che si nascondono dietro i suoi muri”
che immagino si riferisca alle risorse e alla bellezza(mille splendidi soli) celata dietro l’aridità e la violenza(muri), in un contesto di magia e malinconia (lune) che regna ovunque(brillano sui suoi tetti).
(libera interpretazione. nn so se sia corretta)
I talebani hanno conquistato l’Afghanistan nel 1996. L’unico periodo in cui le donne godevano di qualche libertà in + (ovvero potevano studiare, nn tutte portavano il burqa e soprattutto nelle grandi città come Kabul molte lavoravano e potevano andare in bici e guidare l’automobile) è stato negli anni ‘80 sotto il governo comunista prima che cadesse il muro di berlino. Successivamente i mujaheddin che non sopportavano, tra le altre cose, tali libertà concesse alle donne, avevano scacciato i russi e cominciato una guerriglia civile tra fazioni di capi-guerriglia, fino all’arrivo dei talebani.
Nel 2001 gli Stati Uniti e i loro alleati rovesciarono il governo dei talebani, in reazione alla ‘guerra al terrorismo’, ma attualmente la situazione è instabile: il nuovo governo ha come campo d’azione solo Kabul e dintorni, mentre i talebani stanno riacquistando il potere. Ecco una notizia di questi giorni:
“‘Senza calcio non ci sarebbe stata la scuola, nè la speranza’. Shamila Kohestani, 19 anni, l’ha dichiarato all’International Herald Tribune, ricordando la sua infanzia a Kabul nel periodo dei talebani: costretta in casa insieme alle sei sorelle, nessuno svago, studio neanche a parlarne, le rare uscite sono coperte dalla testa ai piedi. Picchiata una volta, perchè non aveva indossato bene il burqa. Imparò comunque a giocare a pallone: oggi è il capitano della Nazionale femminile di calcio afgana. E proprio la sua passione sportiva le ha dato l’occasione di costruirsi un futuro: nel 2004 andò per la prima volta negli Stati Uniti nell’ambito di un progetto di scambio; due anni dopo tornò per ritirare un premio a nome delle calciatrici del suo Paese. Alcuni insegnanti della Blair Academy del New Jersey la notarono e l’hanno aiutata ad avere una borsa di studio. Shamila da qualche mese è una delle studentesse dell’istituto americano. Ha cominciato a giocare anche a pallacanestro e si è appassionata allo studio. Decisa a recuperare gli anni perduti.”





contro la porta e una borsa
